GIOCANDO CON ORLANDO
Credits: Alessandro Moggi

GIOCANDO CON ORLANDO

La giostra è quella dei cavalieri paladini e maomettani che duellando, amando, scontrandosi e scornandosi, tradendo e infuriando, girano in tondo come figure di una macchina giostrante apparendo e scomparendo a seconda del girotondo che il gioco impone.
Giostra è l’intera impalcatura dell’ "Orlando Furioso", un girovagare ciclico, rotondo, fiabesco, dove le storie principiano a girare guidate dalla musica delle parole in rima e di colpo si interrompono, si perdono, restano sospese, in attesa del prossimo giro, ritrovando il bandolo perduto,  riprendendo il filo del racconto.
Giostra è la sarabanda di parole, sempre cercate in rima, con cui vorticano e volteggiano, nel gioco antico del teatro, mondi, paesaggi, personaggi, sentimenti, passioni, furie e tradimenti.
A susseguirsi sulla giostra dello spettacolo sono dapprima Angelica e Orlando, poi Bradamante e Ruggero, coppie di amanti in fuga e in continuo inseguimento, ogni giro di giostra porta avanti un pezzo della loro storia per poi lasciare la prossima rotazione all’altra coppia.
La posta in gioco è l’amare e l’amore, amore braccato, tradito, sbagliato, amore amato, dimenticato, sempre ostacolato, finchè di rosso si tinge la giostra per l’amore infuriato di Orlando da gelosia posseduto.
Stefano Accorsi e Marco Baliani saltano sù e scendono giù dai cavalli in corsa nella giostra (e cavallo alato è l’ippogrifo stregato) in un ludico e ironico  carosello di corpi e voci dandosi l’un l’altro a volte  la spinta dell’abbrivio a volte l’inciampo dell’ostacolo, cambiando modi e toni del parlare, narrando, monologando e dialogando.
Stefano è il cavalier narrante che tiene le fila dei tanti percorsi, incarnando in mutevole trasformismo tutti i personaggi, giostrando da par suo con sentimenti e passioni, risa, furia e pianto in ciel volando tra delusione e incanto.
Marco è un folletto saltellante che commenta, insinua, interrompe, suggerisce e spiazza, entrando e uscendo dalla tessitura del racconto, girando in tondo come un jolly errabondo.
A far le scene, il mare e il tuono e i venti sono solo degli attori, corpi e voci a fremer  sentimenti e agitare portenti dell’amore giostrando tra delizie  e  croci ché, attenzione, il teatro che qui s’apparecchia non sol per l’occhio è fatto ma per l’orecchia.

 

NOTE DI REGIA

Ma che c’entra Baliani con Accorsi?
Tutt’e due in scena, due attori così diversi?
Ma il "Furioso Orlando" sono già due stagioni che gira con Accorsi in scena e regia di Baliani. Che bisogno c’era di farne una nuova versione? E’ la stessa frittata rivoltata per riempire i teatri: perchè intanto va detto che il "Furioso Orlando" è stato un successo di pubblico senza precedenti. Va bè e allora?
Allora succede che dopo due anni ti accorgi che quello che hai fatto era una scoperta interessante ma che si poteva fare di più.
Mentre seguivo Nina Savary e Stefano Accorsi nella loro evoluzione, e vedevo la forza teatrale del repertorio, della ripetizione che genera nuove idee, ecco che mi invitano al festival di Mantova a fare una maratona di incursioni ariostesche insieme ad altri scrittori, registi, poeti, attori, il tutto di notte, nelle stesse sale e giardini dove presumibilmente Ariosto declamava il suo poema. Mentre noi, frammentati autori, dicevamo la nostra sul poema e sulla di lui figura, c’era un nastro registrato di voci attorali che interpretavano brani dell’opera. Erano insopportabili, un birignao di tromboni che nulla facevano sentire del testo ma esprimevano solo la loro altisonante tecnica vocale.
Ho provato allora a immaginarmi Ludovico Ariosto tra quei giardini e in quelle sale che declama il suo poema. Ma declamava poi? Come raccontava le vicende, c’era musica, la faceva lui, era da solo? Come gli nascevano i cambi di scena, l’abbandono di un filone per cercare una nuova puntata recuperando un eroe dimenticato alcuni capitoli prima? Come decideva di accorciare, tagliare, ricucire, stava attento alle risposte del suo pubblico, provava prima di mettersi all’opera?
Una grande invenzione linguistica si accompagnava per la prima volta a una grande intelligenza scenica. Un romanzo a fumetti, un compendio di future soap opere, un principio di foilleton.

Sono corbellerie queste? Forse sì, lo sono, ma da artista devo immaginare un corpo in scena che dice parole e allora perchè non provare a rendere il poema ancor più giullaresco, a farlo parente di quell’altro teatro che si svolgeva appena fuori da quelle corti, nelle stesse piazze, magari con guitti che citavano a memoria gli stessi espisodi, ma più rozzamente.
Così ho voluto provare a esplorare il testo in una direzione anor più radicale.
Il gioco del teatro nel teatro è vecchio come il mondo, l’arte è saperlo condurre in un precario equilibrio, a misura, senza intaccare mai la poesia del poema, senza deridere i personaggi, senza distanza, ma con tutta la compassione amorosa dei guitti che amano le loro creature perchè ci si identificano.
Ci sarà dunque molta fisicità, senza scene, senza illustrazioni di alcun tipo, ogni gesto, parola, suono, musica temporale, vento e accidenti vari sarà emesso da quei nostri due corpi affannati e saltellanti.
Il centro sarà sempre il tema dell’amore, corrisposto e non, violento e non, tradito e non, con le due coppie di Orlando e Angelica e Bradamante e Ruggiero, e noi due che entriamo e usciamo dai personaggi, creandone altri intorno, mostri compresi, giocando, appunto, sulla corrispondenza delle rime infilate in un ritmo galoppante, con molta improvvisazione verbale, con rime difficili da trovare, con gesti difficili da compiere.
Saltando spazi e tempi con un semplice gioco di luci, o con un salto in più su una pedana rialzata.
Stefano sarà il cantore che aggancia i vari episodi in un flusso più continuativo, io invece sarò un fool, a far da regista in scena, a diventare spalla e comprimario, a tendere trappole e inventare strofe.
Ma ecco che, grazie a questo gioco, a questa ludica gioia teatrale, a tratti apparirà, per intero, la passione dell’amore, distillata e resa straziante, la forza dell’amicizia, in un attimo di commossa fratellanza, la furia della gelosia in un esercizio distruttivo.
"Giocando con Orlando"  sorprenderà lo spettatore, che, dopo esser stato condotto  al campo da gioco, alla giostra e alla helzapoppiniana baraonda, si troverà  all’improvviso di fronte a qualcosa di antico, i sentimenti, avrà appena il tempo per sentirli e provare qualcosa che assomiglia alla nostalgia, per poi essere trascinato di nuovo sulle montagne russe dell’Ippogrifo volante o dell’Orca ruggente.

Marco Baliani

DOMANDE & RISPOSTE

Marco Baliani & Stefano Accorsi



Da "Furioso Orlando", lo spettacolo che avete portato in scena la scorsa stagione, a "Giocando con Orlando", com'è cambiato il suo modo di confrontarsi con un autore come l'Ariosto?

Marco Baliani In questa versione ho insistito molto di più sul senso del gioco teatrale e penso che la struttura narrativa dell'Ariosto si possa piegare bene ad una struttura più ludica e corporea. Per questo ho chiesto a Mimmo Paladino di aiutarci in questo gioco con le sue sculture cavalline, cavalli coloratissimi che sembrano anch’essi sospesi in una giostra, pronti a muoversi in tondo, come sognanti cavalli di imprese eroiche ancora da compiersi. 
L’aspetto fisico del nostro lavoro d’attore diventa predominante e presenta molte sorprese legate alle parole e all’improvvisazione sulle rime, recuperando la tradizione popolare del canto in rima. Il gioco consiste nell’infilare, dentro la struttura compositiva del poema ariostesco, tante possibilità di digressione in rima che sembrano portarti via dal racconto, ma che in realtà ti riconducono sempre al filone centrale da noi scelto, quello dell’amor contrastato e conteso. Abbiamo creato dei pezzi nuovi rispetto allo scorso anno, rivisitando l’Ariosto: raccontiamo la storia dell’innamoramento di Rinaldo per Angelica, di Orlando che va a liberare Olimpia dall’orca assassina... Quello che emerge vedendo lo spettacolo è soprattutto un senso di nostra complicità nel giocare sempre molto fisico e a tratti quasi infantile. L’idea di questa versione è nata mesi fa ad Asti, un giorno che non erano arrivate le scene del "Furioso Orlando" e l’attrice, Nina Savary, non ce l’aveva fatta ad arrivare da Parigi. C’erano più di ottocento persone paganti e così, siccome the show must go on, io e Stefano abbiamo cominciato ad improvvisare e a giocare molto in scena. Ed è proprio quella sensazione unica, provato in quell’occasione, come dire, senza rete, che cerchiamo di ricreare in scena, quel senso di sospensione dato dall’inconsapevolezza, non sapendo in precedenza quale strada intraprendere.

Stefano Accorsi Quest’anno siamo io e Marco Baliani in scena, l’approccio è molto giullaresco e fisico, con un rapporto forse più maschile verso la materia narrativa. La traccia è simile, si racconta sempre la storia di Orlando e Angelica, così come quella di Ruggero e Bradamante - ma il taglio è giocoso, quasi comico: il nostro è un modo di giocare con il testo e anche con le convenzioni del teatro, rendendo così il pubblico più partecipe dei nostri meccanismi scenici.



Uno dei temi principali di "Giocando con l’Orlando" è l'amore; vedendo lo spettacolo, che cosa si comprende di questo sentimento?

Marco Baliani Sicuramente che l'amore è sempre una questione di contrasti, anche quando due si amano, non c’è mai pace ma sempre tensione. Inoltre oggi esiste un elemento maschile concupiscente in eccesso, molto compulsivo e passionale: pensiamo, per esempio, ai femminicidi e l’"Orlando Furioso" è un prototipo di questo discorso. Per fortuna Orlando non ammazza Angelica ma soltanto perché, ormai fuori di senno, non la riconosce, altrimenti la farebbe a pezzi! E’ il meccanismo della gelosia che nasce dentro l’animo maschile e anche nell’amore, bello, tra Bradamante e Ruggero si innesca l’elemento maschile perturbante: Ruggero insegue tutte le gonnelle che vede, quindi è espressione dell’uomo che non riesce ad essere fermo nell’unico amore della sua vita e ha sempre bisogno di fuggire immaginandosi altre storie.



Stefano Accorsi Nello spettacolo si beve ad una certa fonte magica  e ci si innamora della prima persona che si incontra, si beve a un’altra fonte e si odia allo stesso modo la prima persona che passa accanto. L’amore è una parola ambigua che racchiude tante cose.
 A volte si chiama amore tutto ciò che in realtà non lo è, ci si innamora senza i giusti motivi. L’amore dipende da tante cose che sono in noi, cose che dobbiamo ancora comprendere e regolarizzare in noi stessi. E poi nell’Orlando c’è la gelosia, il tema di come l’amore possa anche essere, a volte, ingannatore. 



Rimane ancora qualcosa da scoprire nell’Ariosto? Si può ipotizzare un Orlando 3.0?

Marco Baliani Nell'Ariosto ci sono almeno sei o sette filoni narrativi diversi: c'è quello dell'amicizia, che è strepitosa, anche fra nemici; si può individuare anche il tema della figliolanza o quello della fedeltà... Ariosto, con le sue invenzioni narrative, è stato il primo autore, per così dire, seriale, e, con la figura di Orlando, è precursore anche del romanzo moderno, se oggi fosse vivente scriverebbe sceneggiature per le fiction, non ho dubbi!



Stefano Accorsi E’ un testo vastissimo, le cose da scoprire sono ancora tante... Mi sembra che non possiamo ancora definire totalmente questo autore, anche tra i due spettacoli che abbiamo messo in scena gli ingredienti appaiono simili, ma in realtà non si finisce mai di approfondire certe tematiche.



C'è un altro scrittore/poeta che nel futuro potrebbe affrontare nello stesso modo?

Marco Baliani Il prossimo autore che vorrei tradurre sulla scena è Boccaccio. Pasolini ne trasse un bellissimo film. Si era affidato alla rappresentazione iconografica medioevale e su quella aveva ideato tutto il film, con al centro il tema dell'eros. Nel "Decamerone" di Boccaccio si parte da un punto ben preciso: si raccontano storie per non morire, finché esiste il racconto la peste non ci tocca. Il tema da cui vorrei partire è che la peste non è soltanto un’epidemia biologica, ma è una peste morale quella che attualmente ci circonda. Allora, per proteggerci, noi stiamo in scena come fossimo su una collina di Firenze: raccontiamo storie.



Stefano Accorsi Mi piace molto questo viaggio che abbiamo intrapreso nella letteratura. Abbiamo già annunciato l’ipotesi di allestire in futuro il "Decamerone" di Boccaccio, è un esperimento... Eventualmente si potrebbe pensare anche ad altri scrittori. I classici sono fonti inestinguibili di tesori e sorprese, di opportunità per attori e registi. L’importante è che, qualsiasi autore si scelga di rappresentare, alla fine il testo parli di noi. Chi viene a vedere lo spettacolo deve riconoscersi in quello che vede e ascolta. E Marco Baliani, nel suo modo di fare teatro, cerca sempre di creare questa empatia tra il pubblico e lo spettacolo, mira alla comprensione, e questo anche con spettacoli spesso non facili. 


(a cura della Fondazione Teatro della Pergola di Firenze)

 

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Presentato da NUOVO TEATRO
Con Stefano Accorsi e Marco Baliani
Regia Marco Baliani
Adattamento Marco Baliani
Liberamente tratto da Orlando Furioso di Ludovico Ariosto
Scene Mimmo Paladino
Impianto scenico Daniele Spisa
Costumi Alessandro Lai
Luci Luca Barbati

 

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